MARTINA CAPRIOTTI. Noi di NextoLife la conosciamo molto bene. Nata a San Benedetto del Tronto. Ha sviluppato l’interesse per la protezione degli oceani quando, da giovane sub, ha notato l’inquinamento immergendosi tra un banco di pesci in una scogliera disseminata di rifiuti. Dopo la laurea magistrale in Biologia marina presso presso l’Università Politecnica delle Marche e il dottorato di ricerca in Scienze della Vita e della Salute presso l’Università di Camerino, vince la borsa di studio di National Geographic e Sky Ocean Rescue studiando l’inquinamento da microplastiche associato alla contaminazione chimica nel Mare Adriatico. Oggi è una brillante biologa marina. Le sue ricerche, focalizzate sull’inquinamento da plastica ed agenti chimici, sono state ispirate proprio dall’esperienza nel vedere il profondo impatto che gli esseri umani possono avere sulla vita marina.

In questi giorni l’abbiamo raggiunta telefonicamente. Il risultato? Una conversazione inconsueta e originale, contraddistinta da domande alle quali lei stessa non è abituata a rispondere. E’ stato un vero piacere ascoltarla mentre ci raccontava la sua esperienza durante il Covid-19 e ci mostrava tutta la sua passione e amore per la vita e per la ricerca.

L’emergenza COVID-19 negli Stati Uniti

Martina attualmente vive nel Connecticut, precisamente nella città di Groton. Una località non molto distante da New York, situata sulla costa dell’Oceano Atlantico. Questo Stato ha registrato alti numeri di contagio a causa dei tanti pendolari che effettuano spostamenti verso New York e Manhattan.

“Nonostante in televisione si vedesse la diffusione dell’epidemia, prima in Cina poi in Italia, ho avuto la percezione che la gente qui non si stesse rendendo conto della gravità della situazione” afferma Martina Capriotti. “. Forse gli interventi preventivi sono stati attivati con un pò di ritardo, come dimostra anche uno studio condotto dalla Columbia University. Le misure immediate avrebbero forse limitato queste grosse ondate di contagi”.

Essendo in contatto con la sua famiglia e i suoi amici residenti in italia, Martina ha capito immediatamente che non si trattava di una semplice influenza e ha da subito messo in pratica tutte le accortezze necessarie per evitare il contagio, come ad esempio indossare la mascherina, limitare gli spostamenti e i contatti con le altre persone. “Io e la mia coinquilina (cinese) eravamo le uniche a Groton ad indossare le mascherine, all’inizio dell’ondata pandemica statunitense” ci racconta sorridendo. “Tutti ci guardavano ed era imbarazzante, come se stessimo esagerando”. Dopo un paio di settimane, anche nel suo Paese sono state adottate restrizioni.

Come è cambiata la quotidianità di Martina

Martina lavorava al Dipartimento di Scienze Marine dell’Università del Connecticut. Trascorreva le sue giornate al laboratorio e in ufficio. “Ad inizio emergenza, hanno limitato le attività didattiche e di ricerca fino ad arrivare successivamente, alla totale chiusura del campus” ci spiega Martina Capriotti. “Di conseguenza, ho trasferito la mia attività a casa in modalità smart working. Questo mi ha messo un pò in difficoltà perchè a giugno devo iniziare una campagna di campionamenti sulla costa e una serie di esperimenti in laboratorio. I periodi primaverili mi servivano per preparare tutti i protocolli da applicare in estate“.

L’università ci è stata molto vicina. Nonostante la poca chiarezza della situazione iniziale e la mancanza di informazioni concrete, ha sempre cercato di colmare i dubbi, di dare informazioni (anche grazie all’attivazione di webinar), di supportare i viaggi internazionali per le persone che avevano bisogno di rientrare nei loro paesi”.

Dal COVID-19 alle proteste per il riconoscimento dei diritti di persone di colore. Non c’è stato un attimo di stop.

La morte di George Floyd ha davvero fatto smuovere tutto il mondo. “Qui folle di diverse etnie, non solo di African-American (come li chiamano gli statunitensi), si stanno riunendo per protestare in ogni città degli Stati Uniti. Purtroppo non sempre le proteste sono pacifiche, ma quella che si è tenuta domenica 7 Giugno qui a Groton è stata davvero toccante. Eravamo più di 1.000 partecipanti, abbiamo marciato per 3 miglia fino alla sede del Comune. A circa 1 miglio dall’inizio ci siamo fermati, tutti in ginocchio in strada per 1 minuto di silenzio, per poi riprendere la marcia per le vie della città. Il traffico era bloccato ovviamente, e tutte le auto in coda usavano il clacson ed uscivano dai finestrini per partecipare. Persino chi non poteva camminare, come disabili o anziani, si è mobilitato, posizionandosi sui marciapiedi con cartelli di supporto “Black Life Matter”. I poliziotti in servizio per il controllo del traffico, applaudivano al nostro passaggio: avrebbero tanto voluto essere in mezzo a noi”.

“Quando sono atterrata negli Stati Uniti lo scorso anno ho percepito sin da subito questa strana concezione o pensiero inconscio della diversità tra “bianchi e neri”. Questo mi è sembrato davvero molto strano. Ritengo sia assurdo che nel 2020 ci siano ancora persone a cui importa questa differenza. Spero che almeno sia l’anno giusto per cambiare qualcosa”.

Il suo ruolo di National Geographic Explorer

Nel 2018 entra a far parte della grande comunità internazionale degli esploratori di National Geographic. Questa istituzione scientifica ed educativa non-profit statunitense apre tanti bandi di concorso e permette di condurre un progetto anche se sei all’inizio della tua carriera, permette di fare esperienza e portare avanti le tue idee. Oltre alla conduzione concreta del progetto, l’aspetto educativo è ai massimi livelli e gli esploratori vengono coinvolti in diversi tipi di attività sia formative sia divulgative.

“In National Geographic non sono tutti ricercatori come me. C’è chi si occupa di conservazione, ripristino dell’habitat e conservazione di specie in via di estinzione; ci sono antropologi e paleontologi; altri si occupano di innovazione, robotica, alta tecnologia, tecnologia digitale; c’è anche la grande categoria degli storytellers, tra fotografi e giornalisti, ect”.

Inoltre, hai la possibilità di costituire e gestire gruppi di esploratori, gestire ed organizzare attività. “Io insieme ad altre tre esploratrici – racconta Martina Capriotti – abbiamo costituito l’HUB del New England (area nord orientale degli USA) di National Geographic, di cui ne siamo state riconosciute le coordinatrici dalla Society, con lo scopo di radunare esploratori che lavorano e vivono in questa zona, organizzare insieme attività pratiche, corsi di formazione e attività che coinvolgono il pubblico”.

QUALCOSA IN PIÚ SU MARTINA CAPRIOTTI

Come ti definiresti come persona e come ricercatrice?

“Anche se spesso sono finita in TV o sui giornali, sono in realtà una ragazza semplice. Sono una persona molto curiosa. Fin da piccola. Volevo sempre andare a cercare i motivi che si celavano dietro una certa cosa e capire la relazione causa – effetto. Forse è stata questa mia voglia di andare a capire nello specifico come funzionava la vita e l’universo che mi ha portata ad avvicinarmi sempre più alla scienza. Inoltre, studiando biologia, ho iniziato a ricevere queste risposte e a capire i meccanismi che si celavano dietro ai misteri della natura. La mia passione per la scienza si è fortificata sempre più negli anni. Sono una grande amante della natura. Amo la vita nel suo complesso ma anche nella sua semplicità.  Amo la vita di un microorganismo cosi come la vita di un vegetale e non solo degli animali”.

Quanto tempo dedichi al lavoro e quanto al tempo libero?

“Amo il mio lavoro talmente tanto che a volte è difficile considerarlo lavoro. Mi capita spesso di lavorare oltre gli orari lavorativi, anche nel fine settimana. Oltre alle attività di ricerca descritte precedentemente, mi occupo anche di volontariato presso altri enti. Quindi di tempo libero ne rimane davvero poco. Le persone a me care pensano che non dedico molto tempo a me stessa. Anche se tutte queste attività mi portano via tanto tempo e tanta energia, sono cose che faccio con il cuore e che faccio con piacere. Nella mia vita, non c’è una linea di confine tra lavoro e tempo libero. Cerco di dare il meglio di me in ogni attività e questo richiede tempo”.

Sogni nel cassetto?

“In passato, avevo smesso di credere nei sogni. Pochi anni fa, invece, ho riscoperto la bellezza di sognare; sogni intesi come aspirazioni professionali ma soprattutto aspirazioni per gli obiettivi del mio lavoro. Voglio che i miei studi siano un tassello in più per capire come funziona la natura e come poterla proteggere dall’azione dell’uomo. Faccio molta divulgazione scientifica proprio per far comprendere i concetti di inquinamento che derivano da azioni umane come ad esempio le microplastiche. La responsabilità è di ognuno di noi”.

Un augurio per il futuro

“Penso che le piccole azioni di ognuno di noi possano in qualche modo smuovere il mondo. Voglio che i principi alla base miei studi vengano concepiti  e sogno, in un futuro che probabilmente non sarà il mio ma delle generazioni a seguire, che il mondo riesca veramente a cambiare rotta, che le lotte che stiamo facendo per proteggere il Pianeta dall’inquinamento possano portare ad un miglioramento del suo stato di salute, ad un ripristino dell’equilibrio generale e soprattutto ad una maggior coscienza da parte del genere umano delle conseguenze delle sue azioni sull’ambiente”.

 

 

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