La settimana scorsa si è parlato molto della comparsa nello scontrino del prezzo dei sacchetti biodegradabili. Tanti italiani hanno gridato allo “scandalo” senza sapere che quel costo era già spalmato in modo occulto nella spesa al supermercato. La cifra prevista va dai 2 ai 5 centesimi. Il cambiamento è scattato con il decreto Mezzogiorno approvato nell’agosto 2017 ed entrato in vigore nel 2018 per ridurre l’impatto ambientale della plastica.  Questa legge proibisce l’uso della plastica per gli shopper ultraleggeri destinati all’imballaggio di alimenti sfusi, come frutta e verdura, e impone la loro sostituzione con sacchetti biodegradabili, compostabili e provenienti almeno per il 40% da materie prime rinnovabili (percentuale che salirà al 60% entro il 2021). I sacchetti per l’igiene o quelli a contatto con i cibi sfusi sono suddivisi in due categorie: gli ultrasottili o leggeri con spessore sotto i 15 micron devono essere a pagamento e biodegradabili, quelli più spessi restano come prima, cioè possono essere donati e non riciclabili. Il provvedimento segue la direttiva europea 2015/720 che era stata anticipata in realtà dall’Italia qualche anno fa con l’imposizione dei sacchi biodegradabili. La concorrenza estera denunciò la normativa italiana per il limite posto alla libera circolazione delle merci di produttori stranieri sul mercato italiano. Dall’esperienza italiana l’Europa ha preso esempio e si è adeguata con questa direttiva.

Il putiferio non è scoppiato solo per il costo ma anche per il fatto di non poter riutilizzare le shopper per questioni igieniche. Il Ministero della Salute ha in seguito stabilito che si può portare un sacchetto monouso da casa. Non è un grande incentivo per il riciclaggio ma questi sacchetti sono in Mater-Bi, un materiale che si decompone in poco tempo nell’ambiente perché composto da amido di mais, prodotto dalla Novamont di Novara. Sarebbe più conveniente usare sacchetti di carta, tuttavia questa non renderebbe visibile il suo contenuto, necessario ai cassieri per una corretta prezzatura. L’indicazione del costo serve anche per far capire che si tratta di un materiale diverso che deve essere smaltito in altro modo. La polemica sul non poterli riutilizzarli è sterile perché nessuno prima se li portava da casa e non inizierà a farlo adesso. È probabile ci sia stata un po’ di confusione tra i sacchetti per la spesa e quelli riservati ad alimenti sfusi.

Ma chi beneficia sul serio della nuova normativa? Di sicuro il mare, nel quale secondo l’Arcadis-Commissione Ue il 53% dei rifiuti è prodotto dai bagnanti in spiaggia e il 14% dalla pesca e dalle attività marittime (fonte Arcadis-Commissione Ue). Purtroppo le buste bio in amido di mais si degradano poco nell’acqua salata mentre negli impianti di compostaggio la decomposizione è più ottimale, perdono il 43% di peso in tre mesi. Il Mater-Bi è un materiale imperfetto, però il meno costoso per le aziende per il suo processo di polimerizzazione naturale.

La legge avrà di certo i suoi difetti, dato che non era obbligatorio prezzare i sacchetti leggeri, considerati dall’impatto ecologico inferiore, e che per coerenza bisognava ridurre le plastiche pure negli altri imballaggi, ma in fin dei conti è per il bene dell’ambiente e per agire da consumatori responsabili.

Donatella Rosetti